primo centenario della nascita della dialettica attualistica.

Tavola Epistemologica Universale

La tavola inquadra le categorie epistemologiche universali secondo le quali si costituiscono tutti i concetti delle scienze umane e naturali (Cfr. tavola D, a fronte della pag.164).                  L’ignoranza di questa tavola e delle sue categorie è responsabile della massima parte degli equivoci e delle incongruenze epistemologiche e lessicali individuabili nelle teorie scientifiche (naturalistiche e umanistiche) del nostro tempo.                                                                                                                       In particolare, il misconoscimento e la mancata o malpropria applicazione delle fondamentali categorie di questa tavola è alla base del fallimento scientifico e didattico, in Italia, delle discipline psicopatologiche, psichiatriche, psicologiche, psicoterapeutiche e psicopedagogiche.

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Tutti i concetti costitutivi delle conoscenze umane e naturali sono differenziabili in funzione della loro impostazione riduzionistica o integrazionistica.                                                                     Si definisce come riduzionismo l’orientamento epistemologico che pone il principio dell’oggetto e dell’oggettualità a fondamento della realtà e della conoscenza scientifica, escludendo l’autenticità reale e razionale del soggetto e di ogni soggettività in generale (V.colonna 1 nella Tavola cit.).       Si definisce come integrazionismo l’orientamento epistemologico che considera il principio del soggetto, nel suo rapporto con l’oggetto, come insopprimibile ed essenziale per la costituzione della conoscenza scientifica e per la definizione del fondamento della realtà  ( V.colonna 2 nella Tavola cit.).                                                                                                                                                  Entrambe queste categorie, del riduzionismo.e dell’integrazionismo, si differenziano, a loro volta, secondo tre orientamenti fondamentali: lo strutturalismo, il funzionalismo, il dialettismo (1).

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Il riduzionismo strutturalistico è la categoria epistemologica secondo la quale si costituiscono i concetti della scienza naturale (V *) e, in generale, la teoria del naturalismo scientifico ( V * ), nella loro forma più coerente e rigorosa ( V. riquadro 1 A ).                                                              Sul piano ontologico, come su quello gnoseologico, il riduzionismo strutturalistico  ( naturalismo scientifico galileiano) si caratterizza, oltre che come un oggettualismo assoluto (che esclude l’autenticità reale e razionale del soggetto, nella sua originalità), anche come un matematismo assoluto.                                                                                                                                             Ciò significa che la logica della matematica (A=A) è considerata non soltanto come il più alto modello della razionalità, in generale, ma anche, e soprattutto, che la matematica costituisce il fondamento logico oggettivo della natura, di tutta l’autentica realtà e, pertanto, dell’Essere in quanto tale (2).

Secondo Galileo, la natura, nella sua oggettualità, è un libro scritto in lettere matematiche, che si identifica con la realtà dell’Essere assoluto.

Ne consegue che la Scienza, nella sua realtà, si identifica con le leggi (matematiche) della Natura, che assumono un valore ontologico-metafisico.                                                                            Il pensiero umano, che è immerso nel mondo, spesso ingannevole, delle sensazioni, può pervenire alla verità, all’autentica realtà e alla scienza, solo in quanto sappia discriminare tra le sensazioni false (sensazioni secondarie secondo Galileo) e quelle vere (sensazioni primarie): le prime legate al sentire puramente soggettivo (opinabile, non obiettivabile, non matematizzabile e, quindi, irrazionale); le seconde, riducibili all’obiettivazione, alla quantificazione ed alla concettualizzazione matematica.                                                                                                                                        Pertanto, dal punto di vista gnoseologico, secondo il naturalismo scientifico, soltanto per successive approssimazioni, l’intelletto umano potrà avvicinarsi alla conoscenza scientifica, senza peraltro  mai poterla acquisire totalmente e definitivamente.

La metodologia per l’apprendimento del sapere, in funzione di tale processo di approssimazione, è rappresentata dall’esperimento, per il quale i dati dell’esperienza sensibile, depurati dalle sensazioni secondarie e ridotti alle sensazioni primarie (matematizzabili), vengono posti a confronto con le ipotesi del ricercatore, formulate apoditticamente ( cioè matematicamente).                               Le ipotesi convalidate dall’esperimento possono essere assunte come teorie scientifiche, ma devono essere passibili sia di successive riformulazioni ad un livello ipotetico-apodittico più comprensivo e universale, sia di sempre rinnovate verifiche sperimentali.                                                                  In effetti, nessuna teoria scientifica, a livello gnoseologico, potrà mai presumere di abbracciare, nella sua onnicomprensività, la Scienza naturale, come fondamento razionale dell’Essere reale (oggetto assoluto).

Pertanto, a livello gnoseologico, cioè nei limiti della conoscenza umana, la scienza naturale è destinata a restare pur sempre frammentaria e parziale, per quanto continuamente perfettibile, attraverso successive riformulazioni, che, peraltro, si approssimeranno all’infinito alla Scienza, nella sua realtà ontologica, ma non potranno mai identificarsi puntualmente con essa, in quanto oggetto assoluto.                                                                                                                                     Una simile identificazione, ipotizzabile per un intelletto infinito, non è possibile per l’intelletto umano che, in ragione dei suoi limiti costitutivi, può costruire le sue nozioni scientifiche solo settorialmente, discorsivamente e sperimentalmente (attraverso la logica della matematica ed il confronto con l’esperienza sensibile).

Entro questi termini, la dialettica, sul piano gnoseologico, in quanto tesi (ipotesi matematica) che deve ricercare la sua validazione nella propria antitesi (confronto con la sensibilità, attuato attraverso l’esperimento), per giungere alla sintesi (teoria scientifica riconvertibile in nuove ipotesi), può trovare la sua legittimazione nei limiti di una conoscenza che, come quella umana, non ha altre vie per accedere alla verità ed alla scienza, non potendo affidarsi alla pura intuizione (che è prerogativa esclusiva di un intelletto infinito, coincidente con lo stesso oggetto assoluto).

Per il naturalismo scientifico, l’unica logica autenticabile, come pienamente corrispondente alla realtà dell’Essere, in quanto Natura razionale, resta comunque quella ( matematica ) dell’identità       ( A=A, pensiero=essere, razionalità=realtà ).

Per quanto all’intelletto umano, in ragione dei propri limiti costitutivi, non sia possibile applicare immediatamente e direttamente tale logica all’esteriorità empirica, tuttavia questa logica rappresenta sempre il modello ideale cui esso deve conformarsi, qualora intenda approssimarsi alla verità e alla scienza.                                                                                                                          L’esercizio della logica dialettica (A=non-A), da cui dipende, in ragione dei propri limiti discorsivi, lo svolgimento della conoscenza umana, potrà, pertanto, legittimarsi soltanto in funzione della sua subordinazione alla logica dell’identità (A=A).                                                                         Una dialettica non condizionata dalla logica dell’identità e dal fondamento ontologico di quest’ultima, si ridurrebbe, dal punto di vista naturalistico, ad una pura contraddizione empirica e alla negazione dello stesso pensiero logico.                                                                         L’ontologia, la logica e la gnoseologia del riduzionismo strutturalistico rappresentano, dunque, i fondamenti teoretici del naturalismo scientifico e di tutte le scienze naturali (fisica, chimica, biologia, ecc.).

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Nel campo delle discipline psicologiche e psicopatologiche, l’introduzione della metodologia del naturalismo scientifico (riduzionismo strutturalistico) comporta la riduzione dei fatti psichici e psicopatologici ad una dimensione neurobiologica e neuropatologica.

In campo psicologico, questa riduzione ha trovato la sua formulazione più coerente nella psicologia genetica di J.Piaget.                                                                                                                               Altre dottrine psicologiche fondate su presupposti riduzionistici strutturalistici sono rappresentate dall’etologia (O.Heinroth, K.Lorenz, N.Tinbergen, W.H.Thorpe) e dalla Gestaltpsychologie (M.Wertheimer, W.Köhler, K.Koffka)(3).

In psicopatologia e psichiatria, come principali esponenti di questo orientamento epistemologico, sono da citarsi C.Wernicke, E.Kraepelin, T.Meynert, K.Kleist e altri)

Questa impostazione epistemologica comporta, pertanto, la negazione radicale dell’autenticità reale e razionale del soggetto e di tutte le scienze umane.                                                                        Tale impostazione può trovare una sua giustificazione euristica, in quanto si intenda sviluppare, in via esclusiva, il processo della conoscenza, nella dimensione naturalistica della pura esteriorità, prescindendo da ogni problematica di ordine soggettivo e propriamente psicologico e personologico L’applicazione, in termini formali (non ontologici), della categoria teoretica del naturalismo è, in effetti, legittimabile, anzi obbligatoria, in rapporto alle problematiche della conoscenza esteriore, mentre diviene metodicamente incongruente e fonte di equivoci ed antinomie di ordine epistemologico, quando sia applicata (soprattutto ontologicamente) alla dimensione psicologica del soggetto interiore.                                                                                                                         Affinché non solo le scienze psicologiche e psicopatologiche, ma anche le stesse scienze naturali acquisiscano un’appropriata fondazione critica, si rende pertanto necessaria la loro integrazione in una prospettiva dialettica attualistica.

 

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L’integrazionismo dialettico attualistico è la categoria epistemologica universale in funzione della quale non solo si costituiscono i concetti specificamente pertinenti all’autentica conoscenza psicologica ed a tutte le scienze umane, ma si rende anche possibile la fondazione critica delle stesse scienze della natura (V. riquadro 2C).

L’integrazionismo dialettico attualistico si costituisce, innanzi tutto, come esigenza di autenticazione del soggetto nella sua originaria realtà e nella sua costitutiva razionalità.        Secondo l’attualismo dialettico, il soggetto, come realtà originaria, non è derivabile dalla dimensione dell’esteriorità mondana, perchè corrisponde all’esperienza interiore dell’Io, la quale si costituisce sia problematicamente, come rapporto antitetico con l’oggettualità che nega il soggetto, sia assertoriamente, come relazione integrativa con lo stesso oggetto, riconosciuto come corrispondente alla formula ipotetica razionale (apodittica), proposta dal soggetto.                Poichè il soggetto non si pone nè come un dato obbiettivabile nell’esteriorità, nè come un’esperienza immediata, ma si costruisce riflessivamente, secondo una modalità di rapporto oggettuale problematico-apodittico-assertorio, – di cui, chiunque si affermi come Io, può sempre avere diretta esperienza, – ne consegue che la realtà interiore dell’Io è costitutivamente conforme ad un principio logico, che tuttavia non è di ordine intellettualistico (A=A), bensì di ordine dialettico (A=non A). Sotto questo profilo, la dialettica riflessiva si presenta come la logica dell’Io interiore e della personalità, in contrapposizione con la razionalità intellettualistica, che rappresenta, tuttavia, la forma logica complementare, pertinente alla pura oggettualità, come posizione limite di una verità assolutamente autonoma, astratta da ogni rapporto con l’attività conoscitiva del soggetto (4).

Nella prospettiva dialettica attualistica, le tematiche della realtà, della razionalità, della conoscenza, della scienza, del soggetto, dell’oggetto, dell’essere e del non-essere, risultano capovolte rispetto alla prospettiva intellettualistica del naturalismo.                                                                                In effetti, per il naturalismo, la realtà dell’Essere è precostituita nell’esteriorità, in quanto oggettualità naturale,cui è pertinente anche l’autentica razionalità, come legge matematica conforme alla logica dell’identità (A=A).                                                                                                  Secondo il naturalismo, la dialettica, che esula totalmente dalla razionalità oggettiva della realtà naturale, corrisponde soltanto ad una logica spuria, pertinente al soggetto ed alla sua pseudorazionalità discorsiva.                                                                                                            Secondo l’attualismo dialettico, viceversa, l’interiorità del soggetto, nella sua contrapposizione, problematica ed integrativa, con l’esteriorità oggettuale, è l’unica realtà originaria di cui l’Io possa avere diretta esperienza, antecedente a qualsiasi altra forma di realtà o di esperienza oggettivata. Analogamente, la logica della riflessione dialettica, immanente all’esperienza soggettiva, è la forma di razionalità assolutamente originaria, di cui la logica dell’identità rappresenta una posizione limite, dialetticamente antitetica, e tuttavia necessaria per la costituzione dell’oggetto, come rappresentazione autonoma.                                                                                                                    In tal senso, nell’attualismo dialettico, l’autenticità dell’essere e della realtà viene attribuita al soggetto, mentre l’oggetto costituisce il momento del non-essere e dell’alienazione, che è tuttavia funzionale per la differenziazione e l’evoluzione del soggetto, come personalità.                           Dal punto di vista attualistico dialettico, tanto la posizione dell’essere (come interiorità soggettiva), quanto quella del non-essere (in quanto oggettualità negatrice della soggettività) acquistano pertanto concretezza e funzionalità.                                                                                                                    Dal punto di vista naturalistico, viceversa, il non-essere, così come la soggettività, non possono assumere alcuna concretezza, nè alcuna funzionalità, perchè solo ciò che si colloca sul piano naturale esiste ed è razionale, mentre tutto ciò che è estraneo alla dimensione dell’esteriorità naturale non è, e resta privo di qualsiasi razionalità.                                                                             Dal punto di vista naturalistico, vale sempre l’aforisma parmenideo, per il quale l’Essere (come pura oggettualità) corrisponde all’assoluta necessità e realtà, mentre il non-essere (come soggettività particolaristica e contingente) non è,in quanto estraneo all’universalità ed alla necessità delle leggi naturali.

Sotto il profilo epistemologico, solo la dialettica attualistica, da un lato, ed il riduzionismo strutturalistico (naturalismo scientifico galileiano), dall’altro, dimostrano un’intrinseca coerenza metodologica e, pertanto, pur nella loro assoluta antitesi, presentano una valida fondazione teoretica.                                                                                                                                        E’ da rilevare, tuttavia, che, mentre la dialettica attualistica ci offre una concezione della realtà e della razionalità autenticamente onnicomprensiva, inclusiva anche della posizione naturalistica e della sua logica intellettualistica, il contrario non è vero, perchè la concezione naturalistica annulla, ontologicamente e logicamente, ogni posizione della soggettività, nella sua originalità: la realtà del soggetto non è concepibile dal punto di vista naturalistico, a meno di essere convertita in realtà oggettuale, dove l’autentica soggettività è annullata.                                                                      Sul piano naturale, il soggetto è ridotto all’oggettualità delle leggi della natura, sia come razionalità (matematismo assoluto) che come sentimento (che viene risolto nella pura pulsionalità, a sua volta inquadrabile nelle leggi della natura).

La dialettica attualistica è, viceversa, la logica del soggetto vivente, inclusiva del sentimento che scaturisce dall’antitesi e dall’integrazione del rapporto di soggetto-oggetto(5).                    Dolore, angoscia, insicurezza, depressione, disperazione, vergogna, inferiorità, dipendenza, ecc., corrispondono al momento dell’alienazione e del non-essere del soggetto.                                        Piacere, gioia, sicurezza, esaltazione, fiducia, orgoglio, superiorità, autonomia, ecc., corrispondono al momento dell’integrazione e dell’essere del sentimento dell’Io.                                          Nell’attualismo dialettico, le emozioni e i sentimenti non sono riferiti all’esteriorità naturale (come pulsioni, istinti, reazioni fisico-chimiche, ecc.), ma trovano il loro fondamento nel sentimento riflessivo dell’Io.                                                                                                                 Pertanto, con la dialettica attualistica, la psicologia si costituisce come teoria sistematica della personalità umana.

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Naturalismo scientifico ed attualismo dialettico, oltre che reciprocamente antitetici, si trovano entrambi in contrasto con la posizione dell’empirismo.                                                      L’empirismo radicale nasce da un’esigenza critica che trova nel soggetto il suo punto di riferimento. Poichè, secondo l’empirista, l’unica realtà, di cui il soggetto possa avere diretta esperienza, è rappresentata dalla sensazione, la presunzione del naturalista di assegnare, alla razionalità matematistica, un fondamento di realtà obbiettiva, come legge di natura, resterebbe un presupposto indimostrato e indimostrabile.                                                                                                Dal punto di vista empirico, per quanto il pensiero matematico sia riconosciuto come perfettamente razionale, tuttavia  non è possibile, solo in forza di tale sua razionalità, dimostrarne la realtà, come legge obiettivamente presente nell’esteriorità della natura.                                                                  Poichè l’unica realtà accessibile al soggetto è la sensazione che, in sè e per sè, è particolare e contingente, ne risulta che, per l’empirista, tutto ciò che è reale non è razionale, mentre alla razionalità, in quanto pura astrazione dell’intelletto umano, non può conferirsi alcun fondamento di realtà.                                                                                                                                                    Per l’empirista, inoltre, non solo non è possibile dimostrare la razionalità del reale, in quanto sensazione, nè la realtà delle costruzioni razionali del nostro intelletto, ma neanche è legittimo  elaborare congetture su possibili realtà o strutture razionali obbiettive, al di là dei dati immediati di sensazione.        Simili congetture restano pertanto destituite  di un provato fondamento oggettuale e risultano confinate esclusivamente nella sfera soggettiva.                                                                          Ne consegue che le stesse leggi che vengono dal naturalista attribuite alla realtà naturale ed al suo costitutivo fondamento logico, sono considerate dall’empirista come un elaborato, più o meno arbitrario, dell’intelletto umano . La loro possibilità di giustificazione non è, per l’empirista, di ordine nè ontologico, nè logico, ma soltanto di ordine pratico, utilitaristico ed economicistico.

Secondo l’empirista, la mente umana attribuisce un valore di realtà alle proprie congetture ipotetiche, in proporzione alla loro comprovata utilità, ma un simile criterio di realtà è pertinente alla dimensione soggettiva, non a quella oggettuale.                                          Conseguentemente, le cosiddette leggi naturali, che il naturalista assume come fondamento razionale, universale e necessario, della realtà oggettuale, non detengono alcuna universalità o necessità, ma risultano sempre condizionate dalle esigenze pratiche e particolari del soggetto che, di volta in volta, le ha formulate, così come sono passibili di continuo mutamento, in funzione del mutare di tali esigenze.                                                                                                                     In tal senso, le cosiddette leggi naturali si giustificherebbero per il valore economico e utilitaristico che esse assumerebbero per il soggetto e la sua sopravvivenza ( risparmio di energie mentali, miglior adattamento all’ambiente esterno ecc.), non per il loro valore di realtà e di verità.                In una prospettiva rigorosamente empiristica, per quanto concerne il valore di realtà, tutte le sensazioni, in sè e per sè, risultano equivalenti, sia che appartengano al mondo della coscienza vigile, o a quello del sogno, dell’illusione, del miraggio, dell’allucinazione, ecc.

La stessa distinzione tra soggetto ed oggetto è, per l’empirista, puramente illusoria, perchè la loro realtà è pur sempre fondata sul fatto originario e irriducibile della sensazione, che solo convenzionalmente può essere attribuita ad una dimensione interna (soggetto) o esterna (oggetto), ma che, in realtà, essendo unicamente misura di se stessa, risulta del tutto  neutra, non pertinente nè all’una, nè all’altra dimensione (l’oggetto è un’associazione di sensazioni, il soggetto è, a sua volta, un fascio di sensazioni).

Poichè, dunque, per l’empirista radicale, l’esperienza sensibile è l’unica realtà accessibile per noi, si hanno le seguenti conseguenze:                                                                                                     1) Ogni riferimento ontologico-metafisico ad una realtà obbiettiva (al di là della sensazione o come “supporto” di questa) deve essere abolito: la gnoseologia e l’epistemologia non possono essere subordinate all’ontologia, nè alla metafisica.                                                                                E’ ben noto il motto dell’empirismo: “Keine Metaphysik mehr!” (“Basta, con la metafisica!”).          2) La scienza, come conoscenza di una realtà obbiettiva o come metodologia che rispecchi puntualmente la struttura intrinseca di tale realtà, deve essere considerata una mera illusione.       Ciò che viene definito come sapere scientifico è, in realtà, per l’empirista, null’altro che una tecnologia validabile in funzione della sua collaudata funzionalità pratica e della sua capacità di adattarsi e di rimodellarsi continuamente, in relazione al mutamento delle condizioni contingenti dell’esperienza sensibile.

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E’ evidente che la posizione dell’empirismo radicale va molto al di là delle posizioni dell’empirismo gnoseologico, pertinenti al naturalismo sperimentale (riduzionismo strutturalistico) ed allo psicologismo dialettico-attualistico (integrazionismo dialettico), nelle quali la sensazione svolge pur sempre un ruolo fondamentale.                                                                                                    In effetti, nel naturalismo sperimentale, l’esperienza sensibile occupa una posizione importante, a livello gnoseologico, come momento di verifica pratica, necessaria, all’intelletto umano, per convalidare la funzionalità delle sue ipotesi e per convertirle in teorie scientifiche e leggi naturali.  In tal caso, esiste anche un criterio obbiettivo (la concettualizzazione matematica) per distinguere, sempre a livello gnoseologico, le sensazioni “vere” da quelle “false”.

E’ evidente che, per quanto riguarda l’autentica realtà, identificata con l’oggettualità della natura (punto di vista ontologico), la posizione del naturalismo comporta la più radicale negazione della realtà della sensazione e dell’empirismo puro (o empirismo radicale), in quanto la gnoseologia è subordinata all’ontologia.                                                                                                                           A sua volta, lo psicologismo dialettico attualistico (integrazionismo dialettico) assegna alla sensazione una funzione universale e necessaria, come momento problematico, costitutivamente inerente alla logica del processo formativo del soggetto, come teoresi e come prassi.

La sensibilità è immanente alla conoscenza ed alla praticità dell’essere soggettivo, come momento della problematicità e del non-essere, che il soggetto deve risolvere nella propria concettualità (apodissi) per affermare la propria realtà (assertorietà).                                                                  La prospettiva dialettica attualistica si configura come uno psicologismo assoluto, in quanto l’ontologia è subordinata alla gnoseologia, come processo formativo della conoscenza che si identifica col divenire storico dell’essere soggettivo.

L’empirismo radicale, in quanto contrappone, all’ontologismo logico (oggettualistico) del naturalismo ed al formalismo logico (soggettivistico) dell’attualismo dialettico, la realtà immediata del contenuto sensibile, irriducibile ad ogni concettualizzazione e ad ogni riflessione, rende impossibile ogni teorizzazione della conoscenza scientifica (sia naturalistica, che umanistica), giungendo, così, ad una paradossale ontologizzazione della  sensazione stessa.                          Questa radicalizzazione del fatto sensibile conduce al più totale nichilismo sul piano epistemologico (scetticismo assoluto), perchè porta all’invalidazione teoretica di ogni forma di concettualità (equiparata ad una sorta di artificio pragmatistico) e, pertanto, rende impossibile l’autenticazione della conoscenza e della scienza ( così ridotta a pura tecnologia pragmatica ).

Per tali ragioni, quando intende assumere una posizione epistemologica positiva, l’empirismo, sia nelle sue forme riduzionistiche, sia in quelle integrazionistiche, è costretto a contravvenire, in vario modo, implicitamente o esplicitamente, alla propria impostazione radicale originaria, rappresentata dal puro sensismo e dal nichilismo che esso comporta.                                                                      Le diverse formulazioni positive dell’empirismo, tuttavia, in ragione delle proprie costitutive contraddizioni, non possono fare a meno di ricondursi, di fronte ad una seria analisi antica, alle posizioni  del naturalismo scientifico (riduzionismo strutturalistico), o del soggettivismo attualistico (integrazionismo dialettico).

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Tra le formulazioni positivistiche dell’empirismo, il funzionalismo, soprattutto nella sua versione riduzionistica più radicale, intende presentarsi come il più valido modello dell’epistemologia empiristica .                                                                                                                                        In realtà, il funzionalismo riduzionistico radicale (v. riquadro 1B) come operazionismo e neopositivismo logico, intende ridurre tutti i fatti di sensazione, i fenomeni comportamentali, le operazioni logiche ed i processi mentali, a dati elementari calcolabili e misurabili secondo le metodiche della logica formalistica (logistica) e del matematismo fisicalistico di ordine statistico.   In un contesto riduzionistico funzionalistico, l’introduzione delle metodiche operazionistiche e neopositivistiche nelle discipline psicologiche e psicopatologiche conduce alla formulazione delle dottrine behavioristiche caratterizzate dal modello, puramente ambientalistico, dello stimolo-risposta (S-R). Questo modello, secondo le intenzioni dei suoi sostenitori, dovrebbe consentire una spiegazione puramente fisicalistica per tutti i comportamenti, tanto dell’uomo, come degli animali. Il funzionalismo riduzionistico, in quanto neopositivismo radicale, si ripropone di ridurre le sensazioni a dati quantificabili e misurabili, non perchè li consideri corrispondenti ad una razionalità obbiettivamente presente in natura (alla stregua delle sensazioni primarie di Galileo), ma perchè ritiene che tale riduzione sia più confacente alle esigenze pratiche (operative) di manipolazione, di controllo statistico e di adattamento dei contenuti di esperienza, da parte dell’osservatore.                                                                                                                        Qualora, viceversa, il funzionalista riduzionista concepisca i dati fisicalizzati dall’esperienza sensibile come una realtà obiettivata, la quale trova il suo fondamento razionale in un matematismo che è pertinente e comune tanto al mondo naturale, quanto all’intelletto umano, sarà evidente che la sua posizione epistemologica dovrà confluire in quella dello strutturalismo naturalistico.

Pertanto, il behaviorista radicale, che non intende derogare ai canoni del più rigido empirismo, si rifiuta di estendere la sua indagine e di formulare congetture al di là dei dati, immediatamente osservabili, degli “stimoli” e delle “risposte” semplici, controllabili e manipolabili attraverso le “tecnologie” del condizionamento (rispondente e/o operante).                                                         Egli esclude dal suo interesse di ricerca non solo l’interiorità soggettiva (definita come un mitico “homunculus”, derivato dai pregiudizi del vetusto “mentalismo” e dell’”anima sostanza”) ma anche le stesse strutture neurobiologiche dell’organismo, da lui definito “vuoto” (“empty organism”).        E’ evidente che, in una simile prospettiva, il ruolo propriamente “soggettivo” è svolto unicamente dallo sperimentatore, che decide, in primo luogo, di optare per strategie pragmatiche intese a negare, paradossalmente, all’alterità psichica, qualsiasi possibilità di un’opzione operativa spontanea, mentre, in secondo luogo, accredita unicamente a se stesso gli autentici criteri normativi che dovrebbero garantire i più idonei programmi di condizionamento, in funzione di un ottimale “adattamento” ambientale.                                                                                                                 La tipologia comportamentale che è assunta come oggetto della ricerca behavioristica è destituita di ogni intenzionalità spontanea, che diviene così monopolio esclusivo dello stesso sperimentatore.

Un’esigenza di integrazione del nudo schematismo S-R si presenta, tuttavia, in quei sistemi comportamentistici che inseriscono, nell’originario modello operativo, meccanismi di controllo, di tipo automatico e/o cibernetico (cognitivismo), optando, così, per una formula del tipo stimolo-organismo-risposta (S-O-R).                                                                                                                    La psicoanalisi freudiana, che rientra nella formula funzionalistica riduzionistica, adotta anch’essa un modello S-O-R, dove l’apparato di  autoregolazione (O) è di ordine omeostatico ed economicistico.                                                                                                                         Tuttavia, il punto di vista economico e, ancor più, i punti di vista dinamico e, soprattutto, topico e strutturale (che costituiscono la cosiddetta “metapsicologia” psicanalitica) sono rifiutati dall’operazionismo radicale con l’accusa di “mentalismo”.                                            Analogamente, l’operazionismo radicale contesta la legittimità epistemologica di ogni psicologia basata su fattori motivazionali, anche se massimamente semplici e di ordine fisiologico, biologistico e naturalistico (come pulsioni, istinti, tendenze, propensioni, ecc.).

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Il funzionalismo integrazionistico (v. riquadro 2B), come il funzionalismo riduzionistico, intenderebbe conformarsi ad un progetto epistemologico rigorosamente empiristico.

A differenza del funzionalismo riduzionistico, che considera il dato di sensazione esclusivamente come un fatto di obiettivazione elementare (stimolo psicologico), il funzionalismo integrazionistico ritiene tuttavia legittimo valutare l’esperienza sensibile secondo il duplice versante, obiettivo e soggettivo, cui essa può essere riferita (principio del dualismo empirico).                                        La descrizione dei contenuti dell’esperienza soggettiva interna, in quanto dati di realtà empirica, è considerata, pertanto, legittima, dal funzionalismo integrazionistico.                                                  Questo tipo di funzionalismo subordina, tuttavia, sia la formazione dell’esperienza psichica, sia la sua evoluzione, alle esigenze di adattamento dell’organismo biologico al proprio ambiente.             In tal senso, la formazione della psiche, della coscienza e dell’intelligenza corrisponderebbe ad un’esigenza di adattamento dell’organismo ad un livello superiore, rispetto a quello, puramente automatico, degli stimoli fisiologici, dei riflessi e degli istinti.                                                         La nascita della coscienza e dell’intelligenza consentirebbe all’organismo di risolvere situazioni problematiche nuove, non accessibili agli automatismi reflessologici e istintuali (J.Dewey, E. Claparéde).                                                                                                                                           Per l’organismo si aprirebbe, così, la via verso più differenziate possibilità evolutive, di ordine personologico, linguistico, sociale, culturale.

In questa prospettiva, risulta però impossibile, al funzionalismo integrazionistico, conformarsi al suo progetto empiristico originario.                                                                                                   In effetti, se l’esperienza psichica, come livello più elevato della funzione biologica dell’adattamento, appartiene alla realtà naturale ed alla sua programmazione universale, è evidente che non avrebbe più alcun significato parlare di una soggettività interiore, nè di un’autentica problematicità della coscienza, perchè tutte le operazioni mentali e comportamentali dovrebbero, per definizione, trovare il loro fondamento nelle strutture neurobiologiche e nelle leggi naturali che presiedono alla loro costituzione. Conseguentemente, il funzionalismo integrazionistico, in ultima analisi, dovrebbe essere ricondotto alla posizione dello strutturalismo riduzionistico (naturalismo scientifico).                                                                                                                                             Se, viceversa, si intende rivendicare l’autenticità della problematica della coscienza e l’originalità dell’interiorità soggettiva, occorrerà anche acquisire il significato formale di tale problematicità interiore e del suo  costitutivo dialettismo.                                                                                           In tal modo, però, l’integrazionismo funzionalismo dovrà trovare la sua autenticazione nella posizione dell’integrazionismo dialettico.

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In condizioni non meno ambigue, dal punto di vista epistemologico, viene a trovarsi                     l’integrazionismo strutturalistico ( riquadro 2A).                                                                                     In effetti, come già si è visto, lo strutturalismo può giustificare la sua posizione epistemologica solo ad un livello riduzionistico, in quanto identifichi la razionalità immanente all’oggetto naturale con la logica dell’assoluto matematismo, escludendo l’autenticità reale e razionale del soggetto.       Quando, viceversa, lo strutturalismo, nella sua versione integrazionistica, si riproponga di rivendicare l’autenticità reale e razionale del soggetto, oltre i limiti oggettualistici del naturalismo fisicalistico, viene a trovarsi di fronte a due sole alternative:                                                                   a) la giustificazione ontologica-metafisica, che riconduce l’originalità del soggetto ad una realtà non razionalizzabile, in quanto inaccessibile all’intelletto umano e, pertanto, trascendente rispetto allo stesso soggetto ;                                                                                                                                  b) la giustificazione dialettica, che evidenzia l’irriducibilità dell’esperienza soggettiva sia alla categoria logica dell’intelletto obbiettivante (naturalismo), sia all’immediatezza sensibile (empirismo), sia alla categoria dell’obbiettivazione trascendente e, pertanto, postula  la teorizzazione del soggetto secondo la logica della dialettica attualistica.

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Per quanto concerne, infine, le versioni riduzionistiche del dialettismo (v. riquadro 1C), è evidente che esse derivano dall’equivoco per il quale si intenderebbe tradurre in termini oggettualistici, (come fatto empirico, o come sostanza ontologico-metafisica), proprio ciò che, in quanto logica dialettica, costitutiva dell’interiorità soggettiva, per definizione e per il suo intrinseco formalismo, non è nè obiettivabile, nè ontologizzabile.                                                                                        Da questo equivoco nascono tanto la dottrina  hegeliana (che conferisce alla dialettica, come spirito-sostanza, un fondamento ontologico-metafisico, trascendente rispetto all’attualità soggettiva) quanto il materialismo “storico” marxista-engelsiano (che assegna alla dialettica un fondamento naturalistico non meno oggettualistico e mitologizzante, negatore dell’autentica soggettività).

 

 

NOTE

1.  Giacomini G.G.: Psicologia sistematica e metodo dialettico. Lezioni propedeutiche per una epistemologia della psicologia. La Nuova Scienza., Genova, 1980, pagg. 650

2.      Giacomini G.G.: Fondamenti epistemologici, ontologici e gnoseologici del naturalismo e dello psicologismo, in “Psicoterapia Professionale”, A. III, n. 1-2, La Nuova Scienza, Genova, 1986, pagg. 23-40.

3.      Giacomini G.G.: I fondamenti teoretici della psicologia contemporanea. Saggio di psicologia critica. I: Il problema della psicologia come scienza: dal naturalismo al criticismo, Sabatelli, Savona, 1969.

4.       Giacomini G.G.: I fondamenti logici dello psicologismo e del naturalismo: dialettismo e intellettualismo, in “Psicoterapia Professionale”, A.IV, n. 1-2, 1987, La Nuova Scienza, Genova.

5.       Giacomini G.G.: Teoria della personalità e metodo dialettico in psicologia, in “Psicoterapia Professionale”, A. IV, n. 1-2, La Nuova Scienza, Genova, 1987.

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