primo centenario della nascita della dialettica attualistica.

Psicopedagogia, Teoria della personalità, Storia

PSICOPEDAGOGIA, TEORIA DELLA PERSONALITA’, STORIA

Soltanto tenendo presente la concezione dialettica e formale che l’attualismo gentiliano, nel quadro della sua visione dell’esperienza psichica, conferisce al problema della dipendenza, nella sua antitesi con l’ideale di autonomia dell’Io, è possibile rendersi conto della stretta correlazione che in tale concezione viene a stabilirsi tra la teoria della personalità e l’esperienza pedagogica. In effetti, in una teoria dialettica della personalità che intenda costituirsi concretamente, secondo una prospettiva storica, nell’alternanza dei suoi momenti contrapposti di autonomia e di dipendenza, non sarà certamente possibile prescindere dall’esperienza pedagogica, in funzione della quale l’individuo aspira ad acquisire stabilmente la propria esperienza, ad assimilarla culturalmente nel proprio stesso essere, ad assumerne i contenuti come parte costitutiva della propria stessa personalità. Posto che non sia possibile concepire una teoria della personalità al di fuori dell’esperienza pedagogica, e viceversa, non sia possibile formulare alcuna dottrina pedagogica senza una teoria della personalità, risulterà anche evidente l’esigenza di un inquadramento dialettico e formale di una tale dottrina, dove la problematica dell’antitesi fondamentale di autonomia e dipendenza si prospetta nei termini di una radicale problematicità. In realtà, è precisamente nell’esperienza pedagogica che il soggetto viene a trovarsi radicalmente alienato di fronte all’Altro, in quanto Io che non nel proprio essere, ma nell’essere dell’Altro è obbligato a riconoscere ed a ricercare il fondamento autentico del proprio stesso Io riflessivo e della sua personalità. Da qui deriva una contraddizione che sin dalle origini sta alle radici dell’esperienza dell’Io, del suo rapporto con l’Altro e dello sviluppo della sua personalità, contraddizione che nella sua specifica drammaticità non potrebbe mai essere compresa, nè risolta, prescindendo dal metodo dialettico attualistico. In effetti, se, da un lato, l’esperienza pedagogica appare ineliminabile in relazione alla formazione storica della personalità, della sua acculturazione e dell’educazione di tutti quei poteri intellettuali e pratici attraverso i quali l’individuo aspira a rendersi padrone del suo mondo ed a conquistare la sua autonomia, tuttavia è altrettanto indubitabile che nel processo educativo la condizione di dipendenza che viene ad instaurarsi nei confronti dell’Altro, in quanto educatore, sembra porsi nei termini di una radicale contraddizione rispetto a quell’ideale di autonomia dell’educando cui l’atto pedagogico dovrebbe condurre. Nella sua “Riforma dell’Educazione” (1919) G.Gentile presentava in questi termini quella che egli definiva l’antinomia fondamentale dell’educazione: ” 1°) L’educazione presuppone nell’uomo la libertà, e mira a dargli una libertà sempre maggiore; 2°) L’educazione nega la libertà dell’uomo”. A tale proposito, G.Gentile osservava: ” Il problema dei problemi, nel campo dell’educazione , è questo. Gli animali non educano, quantunque allevino anch’essi i loro nati; con cui infatti non formano una famiglia, un organismo etico. Siamo noi che con libero atto di coscienza riconosciamo i nostri figli, i nostri genitori; come, in generale, riconosciamo nel nostro simile il simile e negli altri noi stessi ; e sviluppiamo la nostra personalità sviluppando consapevolmente l’altrui. Se l’uomo fu detto animale politico o sociale, può anche dirsi animale educatore. Non c’è nessuno che viva e non impari comunque ogni giorno. L’uomo educa sempre. La mia è volontà se non è soltanto la mia, ma è volontà universale. L’educatore rappresenta all’educando l’universale (storicamente, s’intende, determinato): il pensiero scientifico, il costume, la legge, l’arte, il credo religioso, non in quanto sono il pensiero, il costume o il credo del maestro, ma in quanto sono quelli dell’umanità, del suo paese, della sua epoca. E l’educando è l’individuo particolare che, entrato nel processo educativo e assoggettato, per così dire, al giogo della scuola, cessa di godere della sua nativa libertà e per effetto dell’azione educativa si piega, in genere, alla legge comune. Quindi l’antica ripugnanza alla costrizione scolastica, e la ribellione che di tempo in tempo risorge contro il presunto diritto dell’educatore a intervenire con la pretesa del valore superiore delle sue credenze, della sua dottrina, del suo gusto, della sua coscienza morale, nello spontaneo sviluppo dell’individualità che cerca se stessa. D’altra parte, l’educazione si propone, indubbiamente, di sviluppare nell’uomo la libertà, poichè educare è far l’uomo; e l’uomo è degno del suo nome quando è padrone di sè, con la sua iniziativa e la responsabilità dei suoi atti, con la coscienza e il discernimento delle idee che accoglie, professa, afferma, propaga; sicchè tutto quello che fa, dice o pensa, si possa dire veramente che sia egli a farlo, dirlo, pensarlo. Risultato dell’educazione vuol essere, dunque, la libertà. Ecco la forma in cui si presenta il problema. E l’animo dell’educatore ondeggia tra il desiderio di curare e guidare lo svolgimento diritto e sicuro dell’educando, e il timore di soffocare germi fecondi, di contrastare con la sua opera presuntuosa la vita spontanea dello spirito nel suo slancio personale, di imporre all’individuo una veste non sua, una cappa plumbea, mortifera. La soluzione di questo problema va cercata nel concetto concreto della personalità individuale”. In effetti, la contraddizione dell’atto educativo non si differenzia da quella che è costitutivamente inerente all’ esperienza della personalità e alla logica del suo processo formativo, in quanto relazione dialettica dei due momenti, antitetici e complementari, di dipendenza e di autonomia, secondo i quali si realizza, storicamente, lo sviluppo della personalità individuale. Con il sentimento della sua originaria e indivisibile individualità, sin dai primordi della sua età infantile, l’uomo avverte l’esigenza della propria assoluta e incontrastata autonomia: e tuttavia una tale autonomia viene anche percepita dalla coscienza umana come aprioristicamente problematica, dal momento che, in ogni momento della propria concreta esperienza, l’uomo si sente vincolato dalle più diverse condizioni di defettività e di bisogno imposte dall’esteriorità naturale e dall’alterità, di fronte alle quali, peraltro, avvertirà pur sempre l’imperiosa esigenza di liberarsi da ogni condizione limitativa della sua autonomia, conquistandosi le metodiche che possano garantirgli una stabile e duratura liberazione. La natura dell’esperienza umana è così fatta, che essa non può avvertire una limitazione del sentimento del proprio essere, senza provare dolore e angoscia, che se, da un lato, la pongono di fronte al proprio non-essere, dall’altro la spingono a rifiutare tale proprio non-essere, ad uscire dalla propria defettività, a risolvere le proprie condizioni problematiche, per riaffermare la fondamentale realtà del proprio essere. Di fronte all’oggettualità onnicomprensiva, che nega e sopprime il sentimento del proprio essere, l’essere umano aspira a reperire gli strumenti che gli possano garantire un valido dominio sulle condizioni alienanti della propria esperienza esteriore, così da pervenire alla reintegrazione dell’esteriorità nella propria interiorità. L’acquisizione del metodo come apprendimento, addestramento, istruzione, acculturazione, educazione, che comporta l’interiorizzazione del momento problematico dell’esperienza: autoproblematizzazione. All’acquisizione di un più autentico livello di autonomia deve corrispondere un più profondo momento di dipendenza. Sotto questo profilo, pertanto, il problema del rapporto tra educando ed educatore non differisce sostanzialmente da quello che si instaura tra l’Io e se stesso, nel momento in cui l’Io si impone l’esigenza di costituire il proprio essere, in quanto personalità che si realizza storicamente nell’esteriorità mondana; dove, per esteriorizzarsi, deve necessariamente alienarsi in una oggettualità ed un’ alterità nella quale dovrà peraltro, in qualche modo, metodicamente riconoscersi ed identificarsi, per riconquistare l’unità della sua esperienza e della sua personalità soggettiva. “L’Io si dice soggetto soltanto perchè contiene dentro di sè un oggetto che non è diverso, ma identico con se stesso: giacchè esso stesso, come puro soggetto, è già relazione: è affermazione di sè: quindi affermazione di un oggetto, ma di un oggetto in cui esso non si alieni da sè: anzi torni veramente a sè e si abbracci con se stesso, e per tal modo realizzi originariamente se medesimo. Io, per essere Io, devo conoscermi, pormi innanzi a me: e così sono Io, personalità, soggetto, centro del mio mondo e del mio pensiero. Che se non mi oggettivassi a me stesso, e per sottrarmi del tutto ad ogni oggettività, mi richiudessi dentro il primo termine puramente astratto di questo rapporto che è la posizione di me stesso, io resterei di qua dal rapporto, cioè dalla stessa realtà in cui devo realizzarmi. Di modo che, lungi dall’uscire dalla propria soggettività, il soggetto, mediante questa interiore obbiettivazione, vi entra, anzi la costituisce. Certamente, l’uomo può farsi un idolo di se stesso, come Narciso: l’uomo può vagheggiare se stesso in un sembiante fisso, già acquisito e cristallizzato; ma allora egli si materializza, e fa della sua propria persona una cosa; ma allora egli non acquista coscienza di sè, non si volge col proprio pensiero al suo intimo essere. E questa autoconversione da persona in cosa deriva non dall’aver pensato, anzi dal non aver pensato a se stesso.” ( G.Gentile: “La riforma dell’educazione”) Da dove può dunque scaturire la soluzione del problema educativo? Evidentemente dall’esigenza, spontaneamente avvertita dall’Io riflessivo, di rapportarsi all’Altro, percepito non più come altro da sè e contrapposto a sè, in quanto limitazione e alienazione di sè, ma anzi come termine di identificazione con un Io più compiuto e universale, in funzione del quale sia possibile realizzare la propria personalità. Questo sentimento di incompiutezza e di defettività dell’esperienza dell’Io, questa immanenza del non-essere al sentimento del proprio essere, è la molla che spinge l’Io a rivolgersi verso l’esteriorità, a cercare nell’altro il fondamento del proprio essere, a trovare nell’ altro quell’ integrazione onnicomprensiva con l’essere in cui percepisce il significato più profondo della propria stessa personalità. Nell’ ambito del rapporto di dipendenza dall’Alterità, che originariamente si instaura nell’esperienza dell’Io, sarà dunque inevitabile che questa posizione dell’Alterità sia percepita dall’Io come mediatrice dell’integrazione con l’essere onnicomprensivo , o come questo essere onnicomprensivo stesso: sotto questo aspetto, dunque, il problema educativo acquisterà , aprioristicamente, connotazioni di ordine incontestabilmente teologico e trascendente. Queste connotazioni ci consentono di giustificare la grande rilevanza che il tema della Religione viene ad assumere nella dottrina gentiliana dell’educazione e dei sentimenti formativi della personalità. In effetti, non è dubbio che, nella sua prima relazione con l’alterità, che per l’uomo bambino è rappresentata dalle figure genitoriali e, in primo luogo, dalla figura materna, il soggetto si trovi nella condizione della più radicale dipendenza e della più assoluta alienazione: di fronte ad un essere dal quale il soggetto dipende integralmente in rapporto all’ appagamento di ogni propria necessità, dalla piu semplice ed elementare ( fame, sete, defettività corporea, sopravvivenza e integrazione col mondo fisico ) alla più complessa e differenziata ( sicurezza, amore, protezione, accettazione, legittimazione, sentimento di sè e coscienza della proprio stesso essere, come individuo nel suo rapporto con l’alterità) è evidente che il soggetto debba percepire se stesso come un’assoluta defettività, come un non-essere che solo dall’altro, e per un’ intenzionalità provvidenziale dell’Altro, in quanto Essere assoluto, può aspirare ad una sua qualche integrazione con l’essere, ad un superamento della propria defettività, al conseguimento della propria autonomia. Nel suo primordiale rapporto con l’esteriorità oggettuale, come Alterità onnipotente dalla quale dipende il sentimento del proprio essere, in quanto individualità (sentimento di integrità del proprio essere), il soggetto percepisce il dolore cosmico della propria alienazione rispetto al sentimento originario del proprio essere percepito come assoluta beatitudine, illimitata onnipotenza e incondizionata autonomia del proprio essere, in quanto Io: ogni determinazione dell’essere, come piacere, onnipotenza, autonomia e coscienza del proprio stesso essere, non sarà più vissuta come costitutivamente pertinente al proprio essere, ma all’essere dell’Altro, dalla cui imperscrutabile intenzionalità potrà allora essere allo stesso soggetto elargita o tolta. Nello stato primordiale di dipendenza rispetto all’Alterità assoluta, il sentimento della divinità, che il soggetto originariamente percepisce in sè, in quanto Io, è radicalmente alienato dall’io per essere avocato dall’Altro: l’Io non è più Dio, nel momento stesso in cui è l’altro ad essere Dio, con tutte le prerogative pertinenti all’essere assoluto, dal quale dipenderà allora la salvezza o la perdizione del soggetto, come possibilità problematica, per il soggetto, di essere integrato nell’Essere o di essere alienato da Lui, di ottenere la Sua grazia, o di incorrere nella Sua maledizione. Questo carattere primordiale del sentimento della religiosità, per il quale il soggetto attribuisce all’Alterità ogni determinazione dell’Essere e del proprio stesso essere, non può pertanto essere ignorato da chi voglia seriamente pervenire alla costituzione di un’autentica pedagogia, che trovi il suo fondamento in una concezione storica e dialettica della personalità umana, in tutte le sue originarie contraddizioni, e che pertanto intenda qualificarsi come una reale psicopedagogia, il cui principio logico risulti conforme alla realtà storica e dialettica di tale personalità, in quanto soggetto individuale. In tal senso, il sentimento della religiosità e della sacralità che già G.B.Vico aveva posto alle origini storiche dei popoli e di ogni società umana (” la storia di tutti i popoli ha avuto inizio con le religioni”) viene ricondotto da G.Gentile, nelle sue più profonde origini, alla stessa storia dell’interiorità individuale, come momento indelebile della sua dialettica immanente e come forma di esperienza della quale, come categoria originaria, si dovrà comunque sempre tener conto, in un’autentica psicopedagogia, fondata su una concezione storica e dialettica della personalità. In questa prospettiva si inquadra, in effetti, quella fondamentale contraddizione che G.Gentile individuava originariamente immanente all’atto pedagogico: da un lato il momento religioso della incondizionata dipendenza dall’autorità suprema e dalla sua parola sacra e inviolabile, rivelatrice dell’assoluta e unica verità, di fronte alla quale al soggetto non resterà che prosternarsi in un atto di fideistica accettazione; dall’altro lato, l’esigenza, da parte del soggetto, di essere egli stesso l’artefice della sua verità, che , una volta legittimata attraverso il confronto e il consenso dialogico con l’alterità, acquisirà un valore universale e si costituirà come parte integrante della personalità e del mondo sociale di cui il soggetto è partecipe. Di qui la necessità di riconoscere il carattere fondamentale e funzionale di entrambi i due momenti del processo educativo; di qui l’esigenza di individuarne la funzionalità e la possibilità di una reciproca integrazione nella dialettica dello stesso sviluppo storico attraverso il quale si costituisce la personalità individuale. In una prospettiva dialettica, il momento dalla radicale contrapposizione tra l’educatore e l’educando potrà essere superato soltanto quando l’educatore acquisirà la consapevolezza che il processo di apprendimento, che intenderà promuovere nel suo educando, non sarà estraneo a se stesso, ma, al contrario, gli consentirà di individuare quelle medesime condizioni problematiche che riconoscerà pertinenti allo stesso processo di apprendimento attraverso il quale egli continuamente educa e costituisce la sua stessa personalità; mentre, reciprocamente, attraverso la figura dell’educatore, e la problematica della dipendenza che essa comporta, l’educando troverà l’opportunità di scoprire in se stesso l’esigenza di andare oltre i limiti del proprio presente immediato, e di trovare le vie per il loro superamento, attraverso il confronto con un’alterità che non si collocherà più in una dimensione di trascendenza ontologico- metafisica, ma corrisponderà ad una normatività in cui il soggetto riconoscerà l’ideale del suo stesso Io. In tal senso, l’ideale dell’educazione, che dovrà comportare l’identificazione dialettica dell’educando con l’educatore, imporrà che il suo processo si costituisca fondamentalmente come autoeducazione, tanto nell’educando quanto nell’educatore, così che il fine del processo educativo potrà dirsi tanto più raggiunto, quanto più il maestro avrà scoperto e coltivato l’allievo che è presente in sè e, d’altra parte, l’allievo avrà riconosciuto in sè quella normatività ideale che gli consentirà di costituire autonomamente la propria personalità. In un processo educativo che aspiri a conseguire la sua piena maturazione dialettica, il momento della dipendenza teologico-dogmatica dovrà dunque essere superato dalla coscienza critica del fondamento metodico della conoscenza, la quale, pertanto, non cercherà più il suo punto di riferimento nell’esteriorità oggettuale e nell’alterità empirica, ma lo troverà nell’ interiorità soggettiva e nel suo ideale di autorealizzazione storica, come progettazione autonoma della personalità. L’esperienza si realizza storicamente come coscienza critica che la conoscenza e la scienza si costituiscono in funzione di una metodicità di cui il soggetto è l’unico detentore: la progressiva conoscenza, da parte del soggetto, della propria natura metodica si identifica con la sua coscienza storica e con la coscienza del fondamento storico di ogni conoscenza e scienza. La personalità si costituisce nel momento stesso in cui l’Io acquisisce la coscienza storica del proprio essere: un essere che immediatamente non è, ma si fa, e per farsi si problematizza, cioè nega la sua immediatezza, riconoscendosi come originaria mediazione, cioè Io riflessivo storico: e perciò ininterrottamente diviene, identificando in questo suo divenire l’autenticità del proprio essere, oltre i limiti della spazialità e della temporalità. In una prospettiva dialettica, personalità e storia si identificano, perchè l’essere della personalità, se pur si trova continuamente a fronte del proprio non-essere, come limite spaziale e temporale eternamente immanente al proprio essere, tuttavia non sopporta questo suo limite, in quanto dispersività. defettività, bisogno, dipendenza, negazione della sua unità e della sua autonomia; e pertanto necessariamente, finchè ha coscienza di sè, e vive, deve negare ogni sua forma di dipendenza, per riaffermare la propria unità, la propria autonomia, la propria identità storica. La storia della personalità è pertanto il divenire di un Io che lotta per affrancarsi da uno stato di dipendenza che nelle sue molteplici forme si presenta come Alterità, Corporeità, Mondo, Trascendenza, Ipseità, Spazialità, Temporalità, Oggettualità tenacemente irriducibile allo sforzo dell’Io di ricondurre alla propria Soggettività le determinazioni alienanti della propria esperienza. In ogni momento del suo sviluppo storico, come progressiva coscienza di sè, l’aspirazione dell’Io sarà pur sempre quella di reperire la formula onnicomprensiva che immediatamente e magicamente lo liberi dalla sofferenza della dipendenza, dalla schiavitù del bisogno, dall’umiliazione della propria defettività: al fondo del sentimento dell’Io permarrà pur sempre la nostalgia dell’assoluta beatitudine e dell’incondizionata onnipotenza che negano ogni limite spaziale e temporale, identificando il soggetto con l’eterno presente dell’Essere divino, la cui realtà inalienabile trascende ogni determinazione storica. L’Io acquisisce la coscienza del proprio essere, come realtà storica, nel momento stesso in cui riconosce il carattere mitico di una simile visione dell’Essere trascendente, anche se una simile visione pur sempre permane nell’intimità del suo animo come un’eterna meta ideale da raggiungere. La coscienza dell’Io come personalità storica comporta pertanto che questa immagine mitica dell’Essere, per quanto immancabilmente presente nell’animo umano ed ideale supremo del proprio essere, sia tuttavia dall’Io riconosciuta precisamente nella sua miticità, come momento particolare che è pertinente al proprio processo storico e che in tale processo deve trovare, dialetticamente, il suo superamento. La coscienza storica si contrappone, negandola, alla coscienza mitica, costituendosi appunto come la consapevolezza di una temporalità che non trascende l’ essere del soggetto, in una dimensione dove solo astrattamente può essere oggettivata, ma è lo stesso momento dell’alienazione perpetuamente immanente all’ essere soggettivo, contro il quale egli deve combattere senza tregua, per conservare, sviluppare, reintegrare, progettare l’esperienza del proprio essere, in quanto personalità che deve comunque riaffermare sempre, nel presente, attraverso la memoria del passato e nella sua progettazione futura, la propria identità e la propria continuità storica. La personalità pertanto si educa fattivamente, nella sua autonomia, e si costituisce concretamente, nella sua realtà storica, in quanto riconduce, progressivamente e dialetticamente, nell’immanenza della propria interiorità, tutte le determinazioni alienanti della trascendenza ontologizzata, traducendole in forme categoriali della sua esperienza, attivamente operanti nell’unità attuale dell’Io riflessivo, dove la stessa trascendenza non è concepibile se non come atto di spontaneo autotrascendimento da parte dello stesso Io riflessivo, in funzione di un sempre più ampio processo di differenziazione e di universalizzazione della personalità individuale. ” Il metodo dell’immanenza consiste nel concetto della concretezza assoluta del reale nell’atto del pensiero, o nella storia: atto che si trascende quando si comincia a porre qualche cosa ( Dio, natura, legge logica, legge morale, realtà storica come insieme di fatti, categorie spirituali o psichiche di là dall’attualità della coscienza) che non sia lo stesso Io come posizione di sè, o come Kant diceva, l’ Io penso. Il metodo dell’immanenza è il punto di vista e la legge dell’idealismo attuale” ( G. Gentile: La riforma della dialettica hegeliana – Il metodo dell’immanenza ) La forma dell’assoluta immanenza, per la quale l’Io riconosce in se stesso la presenza del principio di ogni contenuto oggettuale e di ogni principio regolativo della propria attività noetica e pratica, dovrà pertanto essere assunta come il criterio di ogni processo educativo in quanto processo autoformativo della personalità, la cui autenticazione concreta si realizzerà storicamente, come progressivo conseguimento della propria autonomia etica. Sotto questo profilo, l’esperienza della personalità si costituirà sempre, nella sua realizzazione storica, come sintesi aprioristica di teoresi e di prassi, per la quale, nel rapporto con la sua alterità, in quanto oggetto, il soggetto costituisce se stesso, riconoscendo nella sua alienazione oggettuale il concreto determinarsi del proprio stesso essere, che in tale sua autodeterminazione acquisisce perciò la coscienza della funzionalità dell’alienazione, come principio dialettico del suo rinnovarsi e del suo divenire. L’esperienza psichica, nella sua concretezza, si costituirà sempre, sin dalle sue origini, come coscienza che la personalità ha del suo essere reale, come contrapposizione dialettica di soggetto ed oggetto, dove per la realizzazione del mio essere soggettivo si richiederà sempre, necessariamente, che il momento dell’oggettualità e della sua trascendenza si converta nell’immanenza del processo storico della mia autodeterminazione. ” La realtà è l’esperienza nella sua immanente consapevolezza. Di nulla abbiamo coscienza senza aver insieme coscienza di noi stessi, a cui l’oggetto della coscienza inerisce. A cominciare da quella che si crede la funzione psichica più elementare, il sentire, esso propriamente significa non soltanto sentire qualche cosa, ma sentire sè che sente qualche cosa. Il qualche cosa è la determinazione concreta in cui si attua l’Io. L’Io, pensando, si attua determinandosi: e non pensa, a rigore, se non se stesso determinato. La coscienza che ognuno di noi ha di sè, del proprio valore, non può essere altro che la coscienza delle opere compiute, di tutto ciò in cui si è determinata la sua personalità. L’esperienza non è la posizione di un’identità immediata, nè il sorgere improvviso e subitaneo di determinate rappresentazioni, ma è il determinarsi di un indeterminato… Il mondo si viene a grado a grado costituendo nell’esperienza, e il suo sistema è il sistema concreto della nostra personalità. La consapevolezza di questo sistema è la storia: un difetto di essa è una lacuna storica. Lo svolgimento spirituale, in cui l’esperienza consiste, è questa progressiva autodeterminazione dell’Io: nella quale ogni momento è un’affermazione in nuova forma dell’Io stesso, e però una negazione, un reale annullamento dell’Io nella forma in cui era prima determinato. E poichè un io non determinato non è nulla, si può anche dire che sia un passare dal non essere all’essere dell’ Io. La nostra vita è un continuo morire del vecchio io, un nascere continuo del nuovo, in cui il vecchio bensì permane, ma rinnovato e trasfigurato” ( G. Gentile: La riforma della dialettica hegeliana – L’esperienza pura e la realtà storica). Dalla pedagogia dell’autorità alla pedagogia dell’identificazione, o psicopedagogia: empatia e riflessione

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