primo centenario della nascita della dialettica attualistica.

Filosofia, Dialettica, Logica, Gnoseologia, Ontologia, Scienza, Epistemologia, Psicologia

Nel  1911, con la sua comunicazione “L’atto del pensiero come atto puro”, G.Gentile definiva il significato filosofico del dialettismo come atto del pensiero soggettivo, in quanto coscienza  riflessiva dell’Io, autocoscienza che è sia il presupposto di qualsiasi possibile conoscenza oggettuale, sia la condizione aprioristica della concretezza di ogni reale contenuto di esperienza:

“Il solo pensiero concreto è il pensiero nostro attuale…..

L’atto dell’Io è coscienza in quanto autocoscienza: l’oggetto dell’Io è l’Io stesso. Ogni processo conoscitivo è atto di autocoscienza…..

Pensiero è il primo albore della coscienza: ogni fatto psichico in quanto atto. Pensiero è tutta la coscienza, fino alla filosofia…

E’ l’essere e la coscienza dell’essere: essere in quanto coscienza dell’ essere..

E’ intima alterità: non essere, ma essere che si ripiega su se stesso, negandosi perciò come essere…

La verità concreta  è  la radice del pensiero, e la legge fondamentale della logica. La necessità espressa dalla vecchia logica nella legge  d’identità è una necessità astratta. Il principio d’identità  (A=A) enuncia una necessità relativa a quello che si è detto pensiero astratto, cioè alla natura, che per definizione è la negazione del pensiero. Infatti, non c’è pensiero che si risolva in A=A.

La necessità logica del reale e concreto processo del pensiero schematicamente potrebbe piuttosto formularsi: A=non-A. Ogni atto di pensiero è un presente in cui muore un passato. Il principio d’identità  dev’essere sostituito dal principio della dialettica o del pensiero come attività che si pone negandosi.”

 

Con questa definizione attualistica e dialettica dell’Io come primo essere in quanto prima cognizione dell’essere, G.Gentile riprendeva il tema (già enunciato dal socratismo e successivamente sviluppato da Agostino, Campanella e Cartesio, sino a Kant, Fichte ed Hegel)  dell’Io interiore, in quanto autocoscienza riflessiva che percepisce se stessa come essere originario, ponendosi come condizione attuale di ogni concreta esperienza e conoscenza, quale si esplica nella forma aprioristicamente contraddittoria e irriducibilmente problematica di soggetto-oggetto, Io – non Io, Ipseità-alterità, interiorità-esteriorità, per la quale non può più valere la tradizionale formula logica dell’identità, ma si impone  l’introduzione  del principio logico  del dialettismo:   A=non A,    Essere= non Essere,   Io= non Io.

Questa concezione dell’Io come principio dell’essere e presupposto di ogni essere reale, per la quale (conformemente a quanto già prospettato da B.Spaventa) viene affermato il primato della gnoseologia sull’ontologia e sulla logica, anzi, viene assegnato all’ontologia ed alla logica un fondamento gnoseologico, corrisponde a quanto era stato teorizzato da G.Gentile, nello stesso anno 1911, nelle sue comunicazioni tenute presso la Biblioteca filosofica di Firenze sul tema:                “I problemi della Scolastica e il pensiero italiano”.

 

“Vi sono due modi di intendere la conoscenza, perchè la conoscenza ha due lati, e come due centri, intorno a cui si polarizza. E’ oggetto ed è soggetto: e noi diciamo conoscenza quella che si conosce e quella con cui si conosce. Così la conoscenza sensibile, così la conoscenza intellettuale o razionale, così l’intuizione, così il giudizio; così sempre che si celebri un atto di coscienza, e qualche cosa si ponga innanzi a un principio conoscitivo, a un soggetto.

La coscienza  appunto è quest’attività distintrice dell’uno, o sintetica a priori, come si dice kantianamente: la quale fa sì che un soggetto non si ponga senza porre di contro a sè un oggetto, nè si trovi posto un oggetto, che non presupponga il suo soggetto. Un termine non può stare senza l’altro: e son sempre due, stretti da un vincolo indissolubile.

Da questa duplicità di aspetti nasce la possibilità di guardare nella conoscenza or l’oggetto conosciuto, ora il soggetto conoscente; ora la verità, la scienza o contenuto della scienza, nella sua logica e assoluta necessità interna, ora la mente che con la verità si mette in relazione e la conosce, e par che possa anche non entrare in questa relazione, o entrarvi solo parzialmente…

La mente  perciò dev’essere capace di conoscere l’oggetto, ma non essere necessariamente, per la sua stessa natura, conoscenza dell’oggetto. Lo scolaro deve salire all’altezza del maestro; ma fate che siano entrambi sullo stesso piano, e la scuola diventa inconcepibile. Lo spirito si sviluppa nella progressiva conoscenza del vero; ma fate che questo vero sia lo stesso spirito, o comunque immanente alla natura stessa dello spirito, e ne renderete incomprensibile lo sviluppo, attestatoci incontestabilmente dall’esperienza.

Questo sviluppo, inteso come movimento del soggetto verso la verità, importa dunque una netta, rigorosa, assoluta distinzione tra chi conosce e quello che egli conosce; per guisa che il valore stia tutto in un termine, e manchi del tutto all’altro. Il quale potrà partecipare del valore, conformandosi al primo, e sarà pertranto non più se stesso, puramente e assolutamente, ma se stesso con qualche cosa di quel primo termine così nettamente distinto e diverso da lui….

Quella distinzione che si è detta, la quale contrappone l’oggetto al soggetto, conduce all’annullamento del soggetto…

Quindi la conoscenza vera, la sola che si possa dire veramente conoscenza, non è propriamente la conoscenza considerata come attività del soggetto, ma come l’oggetto o il fine di quest’attività: la conoscenza oggettiva, a cui la nostra deve al possibile accostarsi, conformarsi, adeguarsi.

E’, per così dire, una logica senza psicologia. Una logica inconciliabile e incommensurabile con la psicologia intesa come vita soggettiva della scienza.

 

L’ altro modo d’intendere la conoscenza si fonda, invece, sull’intuizione della conoscenza non dal lato dell’oggetto, che ne è il contenuto, ma dal lato del soggetto, che ne è la forma; e non vede più nel conoscere un movimento del soggetto verso l’oggetto, ma di questo verso quello.

Non è più il pensiero che si espande nell’essere, quasi fosse altro dall’essere, e però non-essere; ma è l’essere che si concentra tutto nel pensiero, il quale diventa allora il potenziamento e la realizzazione dell’essere stesso.

Quest’ altra situazione della conoscenza, che si può dire kantiana, perchè in Kant  pervenne alla coscienza critica della rivoluzione che la logica esigeva, ha questo di proprio: che si accorge dell’astrattezza della conoscenza che è oggetto, e soggetto solo in quanto oggetto…

La distinzione, essenziale e indelebile, del soggetto e dell’oggetto, è conservata, ma come distinzione intima all’unità ugualmente essenziale e indelebile del soggetto; e lo sviluppo viene concepito non più come movimento del soggetto verso l’oggetto, ma come incremento autonomo e interiore del soggetto….

Nella nuova intuizione c’è questo di nuovo: che nel pensato si vede il pensato del pensante, o, più semplicemente e rigorosamente, la determinatezza del pensiero attuale.”

 

Assumendo l’Io interiore come fondamento dell’essere, G.Gentile ne sottolinea l’intrinseco dialettismo, come processo in cui l’Io si realizza, in quanto atto conoscitivo, nell’antitesi aprioristica e irriducibile di soggetto- oggetto, dove l’oggetto, imponendosi contenutisticamente al soggetto nella sua autonomia, costituisce il momento dell’alienazione soggettiva, in rapporto al quale l’oggetto si afferma come un tutto, di fronte al quale il soggetto non è nulla; ma di fronte al quale, tuttavia, il soggetto si riproporrà pur sempre il compito di riaffermare il suo essere originario e la sua fondamentale unità, riconducendo metodicamente l’oggetto esteriore nella propria interiorità, risolvendolo nella propria esperienza storica e rendendolo parte costitutiva della propria personalità.

Il processo conoscitivo, inquadrato non più nella prospettiva dell’oggetto, ma in quella del soggetto, in quanto Io in prima persona, porta a concepire questo processo in termini costitutivamente problematici, come un lavoro di assimilazione e di identificazione non già del soggetto all’oggetto, ma, al contrario, dell’oggetto al soggetto, così che il soggetto, alienatosi  nell’oggetto come altro da sè, pervenga al riconoscimento del carattere necessario di questa sua alienazione, in quanto determinatezza obiettivata, nell’esteriorità, del proprio stesso essere, che in tal modo, dialetticamente, attraverso l’alienazione di sè, si ricostituisce nella forma di una rinnovata esperienza e secondo questa nuova forma si  esprime e si realizza nell’esteriorità.

In una tale prospettiva soggettivistica, pertanto, non sarà più possibile, come accade in una impostazione naturalistica, separare la coscienza dalla conoscenza, così da immaginare, da un lato, una coscienza originariamente vuota e priva di ogni contenuto di conoscenza, da cui la coscienza attenderebbe di essere riempita, grazie all’intervento di un essere che, dall’altro lato, nella sua realtà autonoma, corrispondente al contenuto dell’autentica scienza, sia ontologicamente estraneo all’intimità del sentire soggettivo. In effetti, in una concezione soggettivistica della coscienza e della conoscenza, la coscienza, come Io riflessivo, in quanto alienazione originaria, immanenza aprioristica, nel proprio essere, del momento del non-essere (in quanto defettività del bisogno sensibile), avrà sempre la percezione di questa sua costitutiva defettività e della necessità di reperire i mezzi per controllarla e superarla, al fine di ricostituire l’integrità della propria esperienza e del proprio essere, in quanto Io.  In tal senso, la coscienza, sin dai primordi del proprio essere, non sarà mai priva di contenuti di esperienza e di conoscenza, perchè attraverso l’esperienza della propria defettività, essa si costituirà come conoscenza di sè, in quanto riflessione di un Io che percepisce la problematicità del proprio essere e lotta per individuare nell’oggettualità esteriore tale sua problematicità, così da reperire gli strumenti idonei a neutralizzarla, incrementando la propria esperienza e potenziando progressivamente il proprio essere.

 

E’ evidente come, in una prospettiva dialettica attualistica, la teorizzazione del processo della conoscenza si configuri nei termini di uno psicologismo assoluto, per il quale i concetti dell’essere, della realtà, della logica, della verità, della scienza e del metodo della scienza, del soggetto e dell’oggetto, dell’Io e del mondo, vengono ad assumere valenze profondamente differenti rispetto al pensiero tradizionale, che assume come suo punto di riferimento l’oggetto come essere assoluto, sia esso concepito come realtà naturale o come trascendenza ontologico-metafisica.

Posto l’Io, il soggetto, come prima realtà e fondamento dell’essere, la tradizionale concezione dell’essere come realtà oggettuale eternamente uguale a se stessa, -  quale si incarna  nella rappresentazione  di una natura governata da leggi matematiche universali e necessarie, o quale si traduce nel postulato di una trascendenza non meno inflessibile, anche se inaccessibile, nei suoi segreti disegni, ai limitati poteri dell’intelletto umano – , diviene insostenibile, dal momento che qualsiasi oggettualità, rappresentazione o postulato saranno pur sempre da riferirsi all’attività riflessiva del soggetto, in quanto Io, perchè soltanto nella loro concreta relazione con tale attività potranno palesare la loro realtà e la loro logica giustificazione, mentre al di fuori di essa risulteranno come pure astrazioni.

Tutto ciò  comporterà pertanto una radicale relativazione della logica tradizionale, fondata sul principio di identità (e di non contraddizione) e di una sua subordinazione alla logica dialettica,  ed al suo principio della contraddizione ( A=non A, Io=non Io), in rapporto al quale la logica dell’identità conserverà la sua validità solo in rapporto alle rappresentazioni dell’oggettualità astratta dal soggetto, che, nella sua concretezza, sarà pur sempre consapevole della loro dipendenza dal proprio atto riflessivo, il quale, nella sua forma originaria, trascendentale, si esplicherà comunque e immancabilmente secondo il principio dialettico della contraddizione: A=non A.

 

Sotto questo profilo, la dialettica attualistica nega che, in concreto, possa costituirsi una logica, come teoria del conoscere,  che si astragga dalla psicologia, la quale, a sua volta, con l’introduzione della logica dialettica, sarà da concepirsi come “vita soggettiva della scienza“, cioè presupposto formale cui dovranno sempre ricondursi, in una visione critica, tutti i possibili contenuti della conoscenza scientifica.

E’ anche vero, peraltro che, per quanto concerne le scienze della natura, che aspirano ad una definizione dell’oggetto nella sua incondizionata autonomia, idealmente fondata su leggi matematiche immutabili, l’abolizione del soggetto potrà considerarsi pragmaticamente funzionale, anche se, sotto un profilo propriamente epistemologico, che veramente si conformi ad una rigorosa critica del metodo scientifico, non si potrà mai dimenticare che le stesse leggi matematiche che si immaginano immanenti all’oggettualità naturale sono pur sempre costruzioni del nostro intelletto.

 

A tale riguardo, già nel 1899, nel suo saggio su  “La filosofia della prassi”, G.Gentile aveva  scritto:

 

“L’idealismo osserva che i concetti, le leggi razionali, dominano la realtà; e così non vi sono corpi chimici che si sottraggano ai rapporti matematici delle rispettive formule, nè c’è lupo o cavallo che non sia quadrupede o mammifero, secondo le note necessarie fissate dalla zoologia, nè si dà acqua che discesa a certa temperatura non agghiacci, giusta una legge nota per esperienza.

Dunque la realtà stessa è costruita dalla ragione che vi si appalesa immanente: e la realtà, quindi, è essenzialmente razionale.

Certo, la ragione cui s’adegua la realtà non può essere la mia, o quella di Tizio o di Caio.

Ma questo importa notare: che tutta la natura è scritta in caratteri matematici; e che la mente può leggere questi caratteri; anzi, che questi caratteri, in quanto matematici, sono di lor natura mentali e intelligibili.

La matematica della natura è appunto la sua razionalità; o la ragione o idea, che vogliasi dire, immanente in essa, e nella realtà in genere”.

 

Se dunque nel caso delle scienze naturali noi obbligatoriamente ci conformiamo al pensiero matematico e alle sue leggi, regolate dal principio logico dell’identità (A=A), ciò può significare soltanto che in questo principio l’atto giudicativo del soggetto riconosce la formula più idonea a garantire l’universalità e la necessità delle conoscenze naturali, al limite della loro massima  obiettività: e che, pertanto, tale formula, per definizione pertinente alla dimensione ideale dell’assoluta obiettività, non  può essere impiegata per lo studio e l’osservazione delle problematiche pertinenti allo stesso soggetto, in quanto Io, senza incorrere in evidenti incongruenze epistemologiche.

Per quanto l’atto giudicativo  -  per il quale la legittimità delle conoscenze relative all’esteriorità naturale viene fondata sulla logica matematica dell’identità – sia pur sempre pertinente al soggetto, è evidente che proprio una riflessione epistemologica concernente la legittimità delle metodiche conoscitive non possa consentire,  per la conoscenza dello stesso soggetto e del suo rapporto dialettico con l’oggetto, l’applicazione di una formula metodica già riconosciuta idonea esclusivamente per la conoscenza razionale dell’oggettualità naturale.

Da un lato, dunque, per le conoscenze naturali, la riflessione epistemologica non può contraddire la legittimità della logica dell’identità,  in quanto  metodica idonea ad individuare l’oggetto nella sua massima autonomia ideale, per la quale l’oggetto naturale si astrae da ogni dialettismo che possa in qualche modo comportare, per il proprio essere, una dipendenza dal soggetto, o comunque una limitazione della propria intrinseca autonomia.

Dall’altro lato, tuttavia, la riflessione epistemologica, in quanto giudizio critico dello stesso soggetto in merito alla legittimità delle metodiche scientifiche, non può esimersi dall’obbligo di riconoscere il metodo dialettico come unica ed esclusiva  formula logica idonea per la conoscenza dell’esperienza psicologica, in quanto realtà interiore dell’Io soggettivo, nel suo  rapporto originario – antitetico e complementare – con l’oggettualità.

 

 

 

Il fatto che proprio il misconoscimento della dialettica come metodo specificamente pertinente per la conoscenza psicologica e la parallela, paradossale egemonia delle metodiche naturalistiche caratterizzino le discipline psicologiche dell’ età moderna, sino ai nostri giorni, costituisce uno dei fenomeni più aberranti del nostro tempo, che non fortuitamente coincide con il sistematico ostracismo della dottrina gentiliana della scienza, da parte della pseudocultura istituzionalizzata della società contemporanea.

 

In realtà, ciò che  viene evidenziato dalla speculazione gentiliana, come dialettica attualistica, è precisamente che, in concreto, non possa mai aversi logica senza psicologia e,  viceversa, non possa concepirsi una vera psicologia che non abbia in sè la sua logica immanente, perchè, appunto, questa sua logica è la stessa dialettica dell’Io, che non può determinare e individuare se stesso  se non nella relazione, contraddittoria e complementare, di soggetto-oggetto, Io- non Io.

Ciò che importa ed è essenziale, per ogni autentica psicologia, è tener fermo il principio che non esiste livello di esperienza psichica, dal più semplice ed elementare (qual è la sensazione) al più complesso ed elevato (qual è il pensiero discorsivo e speculativo) che non rechi in sè immanente il principio dell’Io riflessivo, senza il quale qualsiasi esperienza psichica non sarebbe più psichica e la psicologia perderebbe lo stesso oggetto della sua ricerca, per tramutarsi in fisica o fisiologia o neurobiologia.

Per quanto possa apparire paradossale, proprio questa abolizione dell’Io, con il correlato programma della riduzione dell’esperienza psichica ad un mero fatto fisiologico, è stato sin dalle origini l’ideale  della psicologia “scientifica” e “sperimentale” dell’età moderna, per la quale, anzi, l’Io, il soggetto, la personalità individuale e la stessa coscienza, avrebbero dovuto trovare la loro spiegazione naturale partendo dai dati elementari della sensazione, del comportamento esteriore e dell’osservazione neurobiologica, dai  quali, per una sorta di sintesi a posteriori, dovrebbe aversi la possibilità di ricostruire l’unità della coscienza dell’Io, o di “scoprire” l’autocoscienza attraverso un esperimento fisiologico di laboratorio.

A questa concezione riduzionistica della psicologia, che aspirerebbe a costituirsi in funzione di  un’abolizione radicale del soggetto, in quanto Io, o (che è poi lo stesso) di una sorta di estrazione del “soggetto” dall’oggettualità naturale, si contrappone l’ovvia osservazione, da parte della dialettica attualistica, che nell’oggettualità naturale, in quanto pura esteriorità, per definizione, non può esservi nè soggettività,  nè dialettica, per la cui verifica, pertanto, l’osservatore non ha altra alternativa che di rivolgersi alla propria stessa interiorità, cioè a quell’Io in prima persona che si esplica nell’atto di riflessione e che non trova riscontri sul piano dell’esteriorità naturale, perchè è proprio questa esteriorità naturale che, nella totalità del suo essere, si contrappone al mio essere, negandolo, come mio non-essere.

Senza la percezione di questa assoluta contrapposizione, che non può aver luogo se non nella coscienza dell’osservatore, cioè del mio Io in prima persona, che afferma il proprio essere, in quanto soggetto, come negazione dell’essere dell’oggetto, non sarà mai possibile  parlare di attualità della coscienza, nè di dialettica immanente a tale coscienza, nè, conseguentemente, di concreta esperienza psichica.

Considerato questo assoluto apriorismo dell’esperienza psichica, che in nessun modo può essere derivata dall’esteriorità, la presenza di una tale esperienza nell’esteriorità, in quanto rapporto che io instauro con l’altro, potrà essere soltanto postulata, in funzione di un presupposto per il quale io attribuisco all’altro, nella sua individualità interiore, la medesima forma problematica dell’atto riflessivo che io sperimento nella mia interiorità, come contrapposizione di soggetto ed oggetto, di identità e di alterità.

La possibilità di una concreta conoscenza psicologica dell’altro comporterà pertanto il presupposto di una relazione oggettuale per la quale l’oggetto, in quanto altro, non sarà considerato come un semplice oggetto indifferente, qual è quello naturale, bensì appunto come un altro soggetto cui sarà attribuita quella stessa individualità indivisibile, quella unità storica inconfondibile che io sperimento direttamente nella mia stessa interiorità.

Nella concreta conoscenza psicologica, l’attualità della coscienza rilessiva dell’Io ed il suo intrinseco dialettismo, per il quale l’Io, il soggetto, si individua e si sviluppa storicamente come personalità, non potranno essere reperiti empiricamente nell’esteriorità, nè artificiosamente derivati da quest’ultima, perchè, al contrario, rappresenteranno i presupposti necessari e imprescindibili, individuabili esclusivamente nell’interiorità dello stesso osservatore, senza i quali non sarebbe possibile costituire una vera psicologia che, come scienza, dovrà riconoscere  nella dialettica il suo autentico fondamento logico.

Al di fuori di tale principio della dialettica attualistica come aprioristicamente immanente all’esperienza psichica in quanto Io, alle psicologie naturalistiche non resterà altra possibilità che quella di offrirci un quadro dispersivo e, non di rado, caotico, del comportamento umano, concepito  come un assemblaggio di  funzioni  automatizzate, attraverso le quali l’organismo biologico trova  un adattamento nel proprio ambiente naturale.

In una simile prospettiva riduzionistica, la stessa coscienza riflessiva, l’intelligenza, l’Io, il soggetto, la personalità,  quando non siano radicalmente obliterati, saranno concepiti come pure funzioni dell’adattamento biologico e destituiti di ogni reale autenticità.

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