primo centenario della nascita della dialettica attualistica.

Aldo Stella – La struttura relazionale del dato in Giovanni Gentile: brevi riflessioni critiche

Scrive Gentile nel Sistema di Logica: «Il dato, per proteste che si facciano di non volerlo trascendere, e di considerarlo piuttosto come il principio (principio d’una conoscenza puramente fenomenica come dice l’empirista), per industria che si ponga (per es. in Descartes) a immedesimarlo con lo stesso intelletto, rimane sempre un dato che suppone il dante. […] Il dato non è l’attività elaboratrice del dato”» (Sistema di Logica come teoria del conoscere, vol. I, 1917, Firenze 1955, quarta ed. riv., pp. 66-67; d’ora in poi SL, I). Il dato, questo è ciò che Gentile intende affermare, non può darsi senza colui al quale è dato. Emerge da questa semplice considerazione la differenza tra la concezione idealista e il realismo ingenuo. Quest’ultimo identifica il reale con il dato dell’esperienza percettivo-sensibile, ossia con i fatti ordinari che cadono sotto i nostri sensi. L’insieme dei fatti ordinari viene assunto, dal senso comune e da un conoscere che non sia sufficientemente problematico, come la realtà autentica, una realtà indiscutibile perché appare indipendente dai punti di vista soggettivi. In questa concezione, la verità viene connotata come corrispondenza (adaequatio), e precisamente come corrispondenza tra la cosa reale (rei) e il conoscere (et intellectus) che dice di essa. Se il conoscere coglie le cose come esse effettivamente sono, allora è un conoscere vero; se, invece, le altera, allora è un conoscere non vero. Così formulato, il problema potrebbe apparire di facile soluzione. In effetti, tale non è e non lo è perché la difficoltà consiste in questo: per poter confrontare il conoscere con la realtà si dovrebbe poter cogliere la realtà direttamente, immediatamente, a prescindere dal processo conoscitivo. Solo in questo caso diventa possibile il confronto tra il reale, accolto a prescindere dal conoscere, e la descrizione che ne fornisce il conoscere stesso. Ci si potrebbe meravigliare di quanto ho appena affermato, perché si potrebbe dire che, per cogliere il reale, è sufficiente osservarlo. L’ingenuità di questa posizione, però, è precisamente il bersaglio delle osservazioni critiche di Gentile: «Essere immediato è ogni essere che sia puro essere. Puro in due sensi, che poi coincidono: puro, in quanto essere, e non pensiero; e puro altresì in quanto essere e non non-essere. […] L’essere che non è pensiero, ossia ogni essere inteso come l’antecedente del pensiero che solo presupponendolo possa pensarlo, è immediato» (SL, I, p. 95). Il problema, insomma, è che questo immediato, proprio in quanto tale, non può venire colto: se viene colto, infatti, il pensiero che lo coglie, e lo coglie anche nell’atto della percezione, non può non mediarlo, negandone la presunta immediatezza. Su questo aspetto vogliamo incentrare la nostra attenzione, perché ciò che è ovvio per chi pensa non è affatto ovvio in un’epoca, come quella contemporanea, nella quale si è completamente persa l’abitudine a pensare. Che cosa si intende, dunque, con l’espressione “realtà”? V’è un uso ingenuo della parola, per il quale viene considerato reale tutto ciò che cade sotto l’ordinario percepire. Per il solo fatto che qualcosa viene percepito, questo qualcosa viene assunto come “realtà”: è reale perché viene percepito. In effetti, la ricerca filosofica sorge proprio dalla consapevolezza che il fatto, il quale pure si presenta come “verità”, domanda di venire problematizzato, poiché non coincide con la ragione che effettivamente lo legittima. Se fatto e ragione coincidessero, la domanda di verità (di ragione autentica) non sorgerebbe; dal momento che, invece, la domanda sorge e sorge innegabilmente, allora non si può non concludere che il fatto è per se stesso domanda, domanda di una ragione autentica che possa legittimarlo. La distanza tra fatto e ragione (verità) configura dunque lo spazio di ogni ricerca speculativa. Solo in virtù dell’emergere della consapevolezza critica ci si avvede che lo status appena descritto – quello che considera reale qualcosa perché viene percepito – è assai problematico, molto più problematico di quanto sospetti il realismo ingenuo, il quale è ingenuo proprio per questa sua incapacità di questionare l’ovvio. A rigore, se qualcosa è reale perché viene percepito, allora, più che in una prospettiva realista – come pure viene ordinariamente considerata –, ci si colloca nella prospettiva indicata da Berkeley e cioè in quello esse est percipi che, muovendo da premesse empiristiche, approda ad una concezione decisamente idealistica. In altre parole: se l’essere coincide e si risolve nel “venire percepito”, allora la cosa (il dato, il fatto, l’oggetto del senso comune) non ha alcuna consistenza in sé: essa si colloca interamente nella percezione. Certamente non è questo l’intento di chi si fa portavoce del realismo naturalistico, come per esempio Hobbes. La concezione del realismo naturalistico (o materialistico), infatti, afferma che l’oggetto c’è, è in sé, a prescindere dal suo venire percepito (o meno). Anche se il soggetto non fosse, comunque l’oggetto sarebbe, prova ne sia il fatto che il mondo è venuto alla luce tanti anni prima della comparsa dell’uomo. Ciò equivale a dire che l’oggetto non può essere reale perché viene percepito, ma, al contrario, si deve postulare che esso viene percepito perché è reale: poiché l’oggetto è reale, dunque è in sé e per sé, esso può venire percepito dal soggetto, il quale, da questo punto di vista, non fa che accogliere l’ente così come questo si dà (si offre). Si comprende come realismo naturalistico e metafisica precritica esprimano, in effetti, un medesimo punto di vista, quello per il quale l’indipendenza dell’oggetto funge da elemento prioritario e fondante. L’indipendenza diventa così indice del valore reale dell’oggetto. Ma che cosa si intende affermare allorché si dichiara l’indipendenza dell’oggetto? La sua realtà, il suo porsi a prescindere da qualsiasi relazione (vincolo). Il suo porsi a prescindere da qualsiasi vincolo ad altro oggetto nonché da qualsiasi vincolo al soggetto. L’oggetto è; è indipendentemente dal vincolo; è indipendente dal soggetto e per questo suo placido “stare”, per questo suo consistere unicamente in se stesso, l’oggetto è reale: è, anzi, l’autentica realtà, l’unica autentica realtà, alla quale il conoscere deve totalmente subordinarsi. Proprio perché reale, l’oggetto è assoluto (sciolto da vincoli, ab-solutum) e l’assolutezza è sinonimo di realtà, perché è indice dell’indipendenza, dell’oggettività, dell’emergenza oltre la relazione. Il vincolo ad altro comporta necessariamente la subordinazione, il sottostare, la relatività, laddove invece l’oggetto non può essere relativo, ma assoluto, e per questa ragione vale come fondamento. Se non che, alcune domande devono venire rivolte anche a questo realismo naturalistico, che non può non venire considerato ingenuo, la forma, anzi, più ingenua di realismo. La prima domanda è la seguente: quando si scopre la realtà dell’oggetto? La risposta non può che essere questa: solo dopo che è stato percepito. Se ne ricava, pertanto, che la sua realtà è una coscienza retrospettiva: inferisco la realtà dell’oggetto in ragione dell’averlo percepito, cosicché, in primo luogo, è la percezione che decreta la realtà e, in secondo luogo, la realtà è un’inferenza. Da questo punto di vista, quindi, non ha più senso dire che il mondo viene prima della coscienza del soggetto, per la ragione che “prima” e “dopo” sono forme della soggettività, come è stato indicato mirabilmente da Kant. Se si permane all’interno di una generica considerazione di buon senso, allora si dirà che cronologicamente la coscienza (il soggetto) segue il mondo; ma, se ci si colloca all’interno della considerazione speculativa, allora non si potrà non affermare che è insensato chiedersi che cosa viene prima del tempo, dal momento che “prima” è già tempo e dal momento che il tempo è modo della coscienza. Ontologicamente è la coscienza che fonda il mondo, per la ragione che non solo essa è termine in relazione al mondo, ma altresì è questa relazione stessa. La relazione, infatti, si pone solo in quanto viene consaputa, sì che, da questo punto di vista, si dovrà affermare che la stessa relazione di soggetto e oggetto si pone nel soggetto, ma soltanto se il soggetto viene inteso in senso trascendentale. Inferisco, insomma, la realtà dell’oggetto a muovere dalla coscienza che ho di esso, cosicché assumerlo come indipendente dalla coscienza risulta non altro che una mera astrazione. La seconda domanda è la seguente: si può parlare di assolutezza dell’oggetto? In effetti, l’oggetto, proprio in quanto tale, deve porsi determinatamente, deve configurarsi, cioè, come “questo” oggetto, che significa, appunto, “non altro”. Se si connota come “A” un qualunque oggetto, determinato proprio perché oggetto, esso risulta porsi come “A” solo in quanto si differenzia da “non A”, dunque solo in quanto si riferisce negativamente a “non A”. Un oggetto unico, dunque un oggetto assoluto, configura pertanto una contraddizione: dire “oggetto” è dire una molteplicità di oggetti, perché ciascuno si pone nel contrapporsi a tutti gli altri. Solo in forza di questa contrapposizione, ciascun oggetto si determina come quell’oggetto. Tutto ciò può venire espresso anche in altri termini: poiché ciò che determina un oggetto è il limite e poiché il concetto di limite dice tutto e solo ciò che dice il concetto di relazione, qualcosa è determinato come “cosa-quale-che” solo in quanto si riferisce (ecco la relazione) a qualcos’altro. Il limitato, insomma, è tale solo in forza del riferimento al limitante, che costituisce la sua condizionante posizionale, ovverosia ciò che consente la sua posizione determinata. La conseguenza di ciò è importantissima: nessun oggetto è veramente in sé, poiché ciascuno è in sé in ragione del suo riferirsi ad altro da sé. Più in generale, ogni identità (ogni “A”) si pone perché si riferisce negativamente alla differenza (a “non A”), sì che il cosiddetto principio di identità, almeno in ambito formale – che è l’ambito dell’ordinario conoscere –, non può non trasformarsi nel principio di non contraddizione, per il quale una cosa è identica a se stessa in quanto non è un’altra cosa: “A” è “non non A”. La differenza, che da un certo punto di vista deve venire estromessa dall’identità – giacché solo così l’identità può venire assunta come indipendente –, da un altro punto di vista risulta essenziale al costituirsi dell’identità medesima, cosicché non può conservare carattere estrinseco, ma deve venire riconosciuta nel suo valore intrinseco e costitutivo: il diverso costituisce l’identico, perché quest’ultimo si pone come tale solo postulando il diverso (anche se lo postula per escluderlo). La terza obiezione che deve venire mossa al realismo ingenuo è la seguente: si può parlare di oggetto a prescindere dal riferimento al soggetto? La domanda si propone di evidenziare che l’oggetto si connota come oggetto proprio in quanto si riferisce al soggetto o, detto con altre parole, in quanto è oggetto di un (per un) soggetto. Dire “oggetto” è dire “ciò che sta davanti a” (ob-iectum, appunto), sì che il riferimento (relazione) torna inesorabilmente a riproporsi. Si potrebbe così affermare che l’oggetto si struttura in forza di un duplice riferimento: un riferimento orizzontale, che lo vincola a tutti gli altri oggetti (che lo include nella classe degli “oggetti”), e un riferimento verticale, che lo vincola al soggetto e che costituisce la condizione di intelligibilità del suo essere “oggetto”. Icasticamente: il riferimento al soggetto pone l’oggetto come oggetto, il riferimento agli altri oggetti pone ciascun oggetto come quell’oggetto, e non altro. La relazione soggetto-oggetto evidenzia il valore correlativo dei due termini: l’uno è impensabile senza il riferimento all’altro. Si potrebbe pertanto affermare che ci si trova di fronte ad un’unica relazione, della quale soggetto e oggetto costituiscono due sezioni astratte: il soggetto rappresenta la parte attiva del riferimento, l’oggetto la parte passiva. Altrimenti detto: il soggetto si pone in quanto si riferisce, l’oggetto in quanto viene riferito. Referente il primo, relato il secondo. Essi – e va ribadito – sono comunque correlativi, anche se ordinariamente la loro correlatività non viene considerata. Sono correlativi perché la posizione dell’uno implica (postula) la posizione dell’altro, reciprocamente e scambievolmente. Un oggetto, che pretendesse di prescindere dal riferimento al soggetto, non potrebbe connotarsi come oggetto e un soggetto, che pretendesse di prescindere dal riferimento all’oggetto, non potrebbe connotarsi come soggetto. Il valore costitutivo del riferimento – intrinseco alla realtà del soggetto e dell’oggetto – ha una enorme rilevanza sia dal punto di vista teoretico-speculativo. Con le parole di Gentile, dunque, si potrebbe dire che il “dato” è “dato a”, così che, se non c’è colui al quale è dato, non è dato affatto. L’immediatezza del dato, questo è il punto, è un mero presupposto, che il pensiero si incarica di mediare (negare): «Il pensiero interviene dunque a mediare o dialettizzare l’essere [il dato], come sua negazione. La quale, si badi, è la sola vera e concreta affermazione che si possa fare dell’essere. L’affermazione, infatti, che non sia questa negazione, è adesione del pensiero all’essere presupposto, in guisa da immedesimarvisi immediatamente, senza distinguersene punto: e cioè, in fine, non affermarlo» (SL, I, p. 98). Per precisare ulteriormente, Gentile scrive: «Il pensare, infatti, interviene nell’essere, non come quell’essere che già l’essere è, astratta affermazione; ma come negazione, ossia concreta affermazione, che pone l’essere negandolo» (SL, I, p. 97). Ciò gli consente di pervenire a questa fondamentale affermazione: «La relazione sorpassa la sfera dell’essere, ed è quell’unità di esso e di altro, che suppone un’attività superiore, diversa da quella che può derivare dall’essenza di ciascuno dei due termini, nella quale è tutto il loro essere» (SL, I, p. 98). La realtà di questa attività è la realtà del pensare, che è l’autentica condizione che consente di porre il dato dell’esperienza ordinaria, il percetto dell’esperienza sensibile. Il pensare, tuttavia, non è la semplice relazione di soggetto pensante e oggetto pensato: se così fosse, il pensare dipenderebbe dai pensati, incluso il pensante pensato come tale, così come ogni relazione dipende dai suoi termini. Di contro, il pensare esprime un’unità che trascende la dualità che connota la relazione. Su questo tema si dovrà riflettere.

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